Il giorno della civetta

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Cosa fare quando si trova un uccellino caduto dal nido? Non bisogna interferire, altrimenti è probabile che il genitore non torni più a prenderlo o a nutrirlo. Toccarlo significa trasferirgli il nostro odore.

Invece mia mamma quando ha visto una civetta zampettare nel giardino di casa, dapprima l’ha lasciata lì, ma poi se l’è ritrovata sul terrazzo del piano di sopra. A quel punto l’ha portata in casa, anche per proteggerla dal gatto dei vicini che continuava ad avvicinarsi molto incuriosito. Al mio arrivo l’aveva messa in una scatola con i buchi e già si preparava a farne un pet da tenere in gabbia.

“A parte che è proibito in quanto specie protetta, ma cosa le darai da mangiare?”, le ho chiesto, guardando perplessa le briciole di colomba sul fondo della scatola. La civetta è un carnivoro, tra poco tempo il gatto non sarà più un pericolo ma un competitor, è un predatore proprio come lei.
“Dovrai nutrirla a topi congelati, come quelli che allevano serpenti”, ha aggiunto Stefano. E la mamma inorridiva, ma cominciava a capire le nostre obiezioni. Le abbiamo fatto anche presente che i falconieri hanno l’obbligo del porto d’armi.

“La civetta porta disgrazia” ha poi detto la mamma. Ma l’unica disgrazia era, per il volatile, quella di essere incappato in un esemplare di un’altra specie che, seppur animato da buone intenzioni e da un atteggiamento protettivo, ha pensato per un attimo di privarlo della libertà. Noi uomini tendiamo ad umanizzare gli animali, e il nostro istinto ormai è troppo condizionato dalla cultura per fare le scelte giuste.

Osservandola non eravamo sicuri se fosse un nidiaceo o un adulto. In quanto a dimensioni non sembrava esattamente un pulcino, ma piangeva come se stesse chiamando i genitori. Forse era un adolescente, ancora nè carne nè pesce. In quelle poche ore stava già abituando a noi, forse cominciava ad assorbire una qualche forma di imprinting, perché anche se la posizionavo di fuori continuava a rientrare in cucina, e si posava sulle nostre braccia e anche sulle nostre teste, prediligendo quelle più vaporose. Chissà, forse gli ricordavano un nido! La facilità con la quale si lasciava maneggiare ci ha fatto anche ipotizzare che potesse trattarsi di un uccello addomesticato poi abbandonato o scappato da qualcuno.

La sua intraprendenza mi ha ricordato un libro che ho letto alle elementari: “Plop, il gufo che aveva paura del buio” di Jill Tomlinson.  Il protagonista era un gufetto “snaturato” che non poteva esprimere il suo potenziale, perché un uccello notturno non può permettersi di avere paura del buio. E così spinto da curiosità si avvicinava a degli umani un po’ eccentrici che, a turno, gli spiegavano i motivi per i quali il buio è positivo e non deve spaventare. Una bella favola per spiegare ai bambini che vale la pena affrontare i propri mostri.

Alla fine ho chiamato la polizia che ha mandato due agenti dell’unità cinofila. Riteniamo che l’abbiano portata in qualche centro specializzato per il recupero degli animali selvatici, o comunque affidata alle cure di qualcuno competente. È passato più di un mese, chissà se è tornata in libertà. Non so perché continuo a riferirmi a lei usando il femminile. È pura convenzione grammaticale: in fondo poteva benissimo essere un maschio.

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