Nè guru, nè leader

Sono immune al fascino delle personalità carismatiche.

Non ho mai avuto bisogno che un deus ex machina intervenisse per motivarmi a fare le cose che mi piacciono. È la mia passione che mi spinge a portarle avanti nonostante il disinteresse altrui. Anche da sola se necessario. Perché condividere le esperienze è fantastico, ma se avessi seguito gli umori degli amici non sarei qui a scrivere di ciò che mi appaga.

Altri invece si aggregano a un leader perché gli sembra molto figo e li stordisce con la parlantina. Lo seguono, lo osannano, poi quando lui a un certo punto si sgonfia, si sgonfiano anche loro. Pfff.

La triste fine della papera di Florentijn Hofman nel porto di Hong Kong. Fonte: SLR Lounge

Metti una serata al ristorante: l’imbonitore di folle monopolizza l’attenzione dei commensali, i quali pendono dalle sue labbra, e intanto si raffreddano le pizze. Lui ne è conscio, e se ne compiace. È un narcisista, ha bisogno di un pubblico, non esisterebbe senza. Ma non basta il carisma per guidare gli altri, se poi ti riveli volubile e autoreferenziale. Non basta creare ispirazione e aspettative, se non c’è l’impegno, la coerenza, l’attenzione alle esigenze altrui.

Ho una formazione umanistica, per cui lungi da me sminuire il valore di una bella storia. Apprezzo gli aneddoti del chiacchierone, ma solo finché lo scambio di esperienze è biunivoco, finché non si supera il limite tra eloquenza e logorrea. Tanti sembrano incapaci di distinguere la differenza: ho visto persone estremamente intelligenti mutarsi in babbei impressionabili di fronte al potere della favella. In questa epoca dominata dalla comunicazione c’è la tendenza a misurare il valore di una persona in base alla sua loquacità. In quanto occidentali siamo tutti figli del mito greco di Ulisse che riesce a sgattaiolare via dal covo del ciclope grazie a un gioco di parole.

Ascolto attentamente cosa dicono le persone, ma difficilmente le sopravvaluto. Per esempio: a me piace Bob Dylan. Non è che se Bob Dylan fa un disco brutto, io tutto in una volta smetterò di ascoltare musica. E non vuol nemmeno dire che ascolterò quel disco e dirò che è bello incondizionatamente, o magari lo comprerò sulla fiducia, solo perché è di Bob Dylan. Mi piace in quanto artista ma non vedo in lui nulla di trascendentale, a parte il fatto che ha scritto e interpretato delle valide canzoni. Non sono fautrice di una truffautiana politica degli autori.

Allo stesso modo, se mi piace fare una cosa come camminare, io camminerò sempre, anche se i soci si stancano o mi vengono a noia o quella guida o compagnia così in gamba smette di esserlo, anche se fuori è freddo, anche se ci sono pochi giovani, anche se a un certo punto non va più di moda (e comunque rimarrà sempre un mondo di nicchia, perché la gente cerca sempre di più la gratificazione istantanea e sopporta sempre meno la fatica). Traggo sufficiente ispirazione dall’attività in sé, dal benessere che mi infonde e dall’ambiente naturale.

Ho imparato da bambina a diffidare delle persone che mostrano un eccessivo entusiasmo iniziale, perché a volte finiscono per lasciarti a piedi. I fanatici si bruciano in breve tempo, a metà si stancano e vanno a buttarsi a capofitto in qualcos’altro. Chi fa le cose per gradi e senza voler risultare un fenomeno, senza strafare, arriva in fondo. O in cima, se vogliamo rimanere in tema di montagna.

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