Storia di una foto

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Gabbiani, anatre e ancora anatre. Una pianta secca e grigia funge da trespolo a quattro aironi ingobbiti di varia taglia e colore. Sembra l’albero dell’impiccato: che visione lugubre, anche nella limpida luce del mattino!

Verrà? Dovevamo forse alzarci prima?

Una folaga si tuffa e riemerge poco dopo.

Maggio: sarà il periodo giusto?

Più lontano, una coppia di svassi esegue il rituale del corteggiamento, con i tipici scatti laterali del capo.

Lo userà ancora questo posatoio?

Intanto, non molto in alto, un falco di palude sta sorvolando un gruppetto di moriglioni dalla testa rossa e l’occhio spiritato. Volteggiando arriva vicino al nostro capanno, ma un teleobiettivo alzato troppo in fretta urta inavvertitamente il bordo della finestra. Allarmato, inverte subito la rotta.

Un po’ delusa, cambio postazione e punto il binocolo sulla valle dell’Ortazzo. Un cigno pesca appiattito sull’acqua con il collo completamente immerso. È buffo vederlo in questa postura curiosa, così diversa dall’iconografia tradizionale.

Mentre lo osservo scorgo in lontananza un proiettile azzurro che fende l’aria in diagonale, sfreccia a pelo sull’acqua e si dirige verso l’altra sponda, perdendosi nei colori del paesaggio. All’inizio penso a una libellula – ma no, è proprio lui: Alcedo atthis. A quella distanza è poco più di un puntino, eppure sono sicura, ne riconosco il volo. L’ho visto altre volte ma sempre di sfuggita, mai così vicino da poterlo immortalare.

Chissà dov’è atterrato. Mi metto a scandagliare la riva opposta in cerca di qualche ramo sporgente sull’acqua, ma non riesco a individuarlo. Almeno so che è nei paraggi. Adesso sì, che l’attesa ha un senso.

Cambio finestra. Ancora anatre, una garzetta e una gallinella d’acqua. Dalla pineta arriva il verso del cuculo. Non passa molto tempo: all’improvviso un verso acuto, quasi un ultrasuono. E’ vicino, stiamo all’erta. Scrutiamo attraverso le aperture schermate che si affacciano su un paio di rami messi lì a bella posta, su due lati del capanno. Sono abbastanza scenografici.

Strano a dirsi, ma prima ancora del volatile “in penne e ossa” è la sua sagoma capovolta riflessa sull’acqua ad essere vista da Stefano. Il furbo uccello, snobbando i due posatoi posizionati dall’uomo, si è appoggiato a un ramoscello anonimo dalla parte opposta a dove stavamo guardando noi.

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Ora, ora è il momento di scattare. Guai a perdere l’attimo. Ci spostiamo all’interno del nascondiglio muovendoci con la massima cautela. Ho quasi paura di respirare. Da questo momento e finché non se ne sarà andato, l’unico rumore tollerato sarà il clic della macchina fotografica.

C’è un intoppo: l’immagine non esce nitida. Troppi rami, rametti e foglie interferiscono con la messa a fuoco. Per fortuna il soggetto si trattiene per un tempo sufficiente per permettere ai ragazzi di passare alla modalità manuale. Eccole, finalmente: le nostre prime foto di un martin pescatore.

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Alla fine guardo anch’io. Sembra irreale, che emozione! Una statuina di legno dipinto a colori vivaci, non fosse per il singulto che a tratti fa sobbalzare la grossa testolina, nel modo caratteristico della specie.

È una femmina, lo si vede dal becco per metà arancione. Resta lì per diversi minuti, concentrata sulla pesca, indifferente ai ciclisti urlanti sul sentiero a pochi metri. Poi, rapida com’è arrivata, scompare di nuovo nel suo mondo umido.

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