Elogio di una compatta

La  compatta Olympus µ-mini stylus è stata la mia prima fotocamera digitale, e anche l’unica. E’ un articolo ormai inattuale, risalente a un decennio fa. L’ho ricevuta in regalo per la mia laurea e la uso ancora oggi.

2014-05-23 19.33.46

Stefano mi aveva regalato una bridge, ma l’ho restituita dopo qualche giorno, perché non riusciva a darmi quello che mi dava la mini. Le foto apparivano sgranate, e non c’è niente da fare: non era difettosa e anche altre di fascia medio-alta presentavano lo stesso difetto. Nella mia ignoranza non saprei spiegare le motivazioni, ma in quelle foto c’era qualcosa che non quadrava, che non mi convinceva. L’oggetto era tecnicamente superiore, ma le immagini non avevano quella texture omogenea e fluida. La Olympus invece mi dà lo stesso feeling dell’analogica. Pur non avendo una risoluzione particolarmente alta, riesce a farmi dimenticare che l’immagine è fatta di tanti pixel. Questione di sensore, mi dicono: la prendo per buona.

E’ un modello datato, ma fa delle macro che spaccano. Com’è possibile? Me ne intendo troppo poco di fotografia per addentrarmi nei tecnicismi. E non voglio neanche farlo, perché credo che sia il punto di vista di chi scatta a fare la differenza, più delle caratteristiche dello strumento. Fatto sta, che i fiori li mette a fuoco anche in mano a una dilettante con la mano tremula che non ha voglia di mettersi a regolare i parametri e portarsi dietro un fardello troppo pesante per un’escursionista. Figuriamoci poi stare lì a posizionare un treppiede.

Eppure, una recensione del 2004  diceva:

A sexy design can’t overcome the average picture quality and mediocre performance of this ultracompact 4-megapixel shooter

Intanto, due parole sul design. Non è solo elegante – pardon, elegante per i canoni estetici di 10 anni fa -, è ergonomico. Non c’è niente di meglio di una forma arrotondata per infilare velocemente la macchinetta nella tasca cernierata del pile o del giacchetto del decathlon, arrancando sotto le intemperie, quando non si ha tempo di rimetterla nella custodia.

E’ anche resistente agli urti e all’acqua, considerando tutte le volte che mi è caduta sulle pietre e che ho scattato sotto la pioggia orizzontale o la neve. L’unico neo è la batteria che dopo anni non ha più molta resa, per cui ho dovuto acquistarne una di scorta, ovviamente non originale.

L’aggettivo “ultracompact” oggi fa ridere paragonata alle dimensioni sempre più ridotte dei dispositivi attuali. Ma mediocre non è, non è ancora obsoleta, tanto è vero che aspetto a comprarne una nuova perché non ho ancora trovato un valido sostituto. Attenderò che smetta di funzionare. Non c’è problema: tanto, per le mie esigenze, una tascabile è sufficiente. Probabilmente il prossimo acquisto non sarà un’altra compatta, perché ormai vengono superate dalle fotocamere incorporate degli smartphone. Magari una compatta avanzata. Deve avere qualcosa in più per giustificare il fatto di portarsi dietro un cellulare e una compatta: magari uno zoom leggermente superiore o la possibilità di scattare con il grandangolo.

Forse quell’anonimo recensore si aspettava che nel giro di alcuni anni la qualità migliorasse in maniera esponenziale, ma non è andata esattamente così. Non quanto mi aspettavo io.

Il tempo ha emesso il suo verdetto. Se i cartellini nei negozi di elettronica sbandierano tanti megapixel per attirare gli allocchi, però non è migliorata come ci si poteva aspettare la definizione. E’ un po’ quello che è successo con i televisori, perché diciamolo, è inutile che spendiamo migliaia di euro in un megaschermo, avere l’HD ha senso solo se anche il canale è in HD, non si vedono ancora bene come i vecchi scatoloni, e con quelli non c’era bisogno di modificare l’inclinazione e spostarsi per evitare problemi di visuale. Insomma, per me foto digitale sta a rullino come schermo LCD o LED sta a tubo catodico, e come il suono metallico del CD sta a quello più “morbido” del vinile, e per il momento la spuntano ancora i secondi in quanto a qualità della visione o dell’ascolto.

C’è un paradosso nell’evoluzione delle macchine fotografiche. Con l’avvento del digitale all’inizio si inseguiva la qualità, la definizione, il ritocco per farle ancora più perfette: e ora la mania vintage. Tutti a comprare macchine costosissime per poi caricare le foto su instagram con l’effetto sbiadito anni ’70.
E allora io mi domando perché mai ho impiegato settimane a scansionare l’intero archivio delle foto di famiglia per salvarle dall’ingiallimento e tentare il recupero di quelle ormai quasi svanite. La storia non si crea dall’oggi al domani, non si compra, così come l’esperienza. La polvere sugli oggetti sulla mensola del camino non ha prezzo. O la patina è vera, è sacra, ma è brutta e va rimossa, oppure meglio la nitidezza cristallina.

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una stampa sbiadita e scolorita prima e dopo la rimozione della patina di vecchiume attraverso l’editing digitale

Ecco, questa riflessione mi ha portato a chiedermi cosa voglio dalle mie fotografie. Ancora non ho una risposta chiara a questa domanda, è un processo in evoluzione, comunque per adesso cerco più che altro di documentare. Potrei dare un effetto vintage alle foto della mia olympus perché non posso competere con la qualità di una reflex. Ma preferisco inseguire comunque la bellezza, la chiarezza, l’aderenza alla realtà, perché voglio ricordare quella sensazione vivida della natura in escursione, non la poesia della memoria ma il qui e ora della percezione dell’occhio, che sarà sempre migliore dell’obiettivo di qualsiasi fotocamera, quindi irraggiungibile anche da modelli più moderni. Come diceva Marty Feldman:

Faccio sempre del mio meglio con quello che ho a disposizione.

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